sabato 13 febbraio 2010

LAVORO, COSA DA DONNE

"Se c'è una cosa insopportabile è che questioni come "parità", "gap gender", "lavoro di cura", a volte persino "part-time" vengano considerati "cose da donne": per dibattiti tra donne, convegni tra donne, proposte di legge di donne. Che magari diventano legge, ma poi restano in un cassetto. Le carriere delle donne vanno al rallentatore: frenate dalle maternità, dal lavoro di cura familiare, più semplicemente dal pregiudizio. Quindi, a uguale mansione, livelli retributivi diversi. Non solo: per star dietro ai figli (e agli anziani) le donne fanno ricorso al part-time molto più di quanto non facciano gli uomini (nella pubblica amministrazione l'85% del cento dei lavoratori a part time è donna). O, più semplicemente, le donne vengono assunte part-time, senza possibilità di scelta. E in tempi di crisi, quando le prime a perdere il lavoro sono le donne, questa è da considerare senz'altro una delle emergenze-lavoro. Per la società, non per le donne!

Vi propongo un articolo che ho scritto lo scorso novembre in occasione della presentazione di una ricerca delle Consigliere regionali di Parità sul lavoro femminile nel Lazio. Dati che, messi uno in fila all'altro, fan venire l'amaro in bocca. Ma non è vero che non c'è via d'uscita: in Toscana, per esempio, c'è una legislazione avanzata su questi temi, di supporto al lavoro e alle carriere delle donne. Dopotutto... basta copiare!



Foto di gruppo alle donne che lavorano a Roma e nel Lazio. Hanno studiato, sono brave e capaci nella professione, ma sono più precarie dei colleghi maschi e sono pagate meno. Molto meno. E questa volta a dirlo non sono “le solite femministe”, ma pile di documenti ufficiali, di rapporti compilati dai direttori del personale delle aziende medio-grandi della regione, cifra su cifra. E' infatti dai dati inviati all'Agenzia regionale del Lavoro da quasi 500 aziende, così come prescrive la legge, che emerge per la prima volta in modo ufficiale il quadro dell'occupazione femminile della regione: si tratta dell'identikit di 81.458 donne (ovvero il 34,2% dell'intera popolazione di lavoratori di aziende con più di cento dipendenti), e si scopre che solo l'1,3 % fra loro ha ruoli dirigenti, poco più del 10% è un “quadro” aziendale, e la stragrande maggioranza (oltre il 70%) sono impiegate, mentre solo il 16,4% sono operaie. Comunque sia, qualunque sia il loro impegno in azienda, a parità di lavoro guadagnano meno dei colleghi maschi, perché hanno inquadramenti più bassi o contratti atipici: basti pensare che un'operaia di Viterbo ha una busta paga “tagliata” in media del 65% rispetto ai colleghi (soprattutto a causa della diffusione del part-time, per la cura della famiglia o per esigenze aziendali), o che a Roma un'impiegata percepisce il 23% in meno e un'operaia il 31,3% in meno. Nella Capitale – dove è concentrato il 60% delle lavoratrici della regione - va un po' meglio alle dirigenti, con gli stipendi che registrano “solo” un 3% in meno.
Eppure le donne sono preparate. Basta sfogliare i curriculum di quante, disoccupate, sono iscritte ai Centri per l'Impiego: solo a Frosinone (dove è stato compiuto questo tipo di indagine) le donne laureate sono circa 4.500, tre volte tanto rispetto agli uomini; e sono 17.760 le diplomate, contro 10.800 uomini.
I dati sul personale vengono forniti dalle aziende ogni due anni, e solo il prossimo aprile inizieranno ad arrivare quelli dell'ultimo biennio: “Nel Lazio, dove è sviluppato soprattutto il settore dei servizi, la crisi non è ancora arrivata come nelle aree del Nord, dove c'è la sofferenza del comparto manifatturiero, e la situazione occupazionale da noi non ha ancora sofferto grandi cambiamenti – spiega Alida Castelli, Consigliera di Parità della Regione Lazio, ufficio che ha promosso una giornata di studi sul “Rapporto sul lavoro delle donne nel Lazio” -. Ma la particolarità della nostra regione, dove la maggioranza delle aziende opera nel terziario, è un maggiore ricorso ai contratti atipici: da quelli a tempo determinato fino ai nuovi strumenti, come il vaucher, che solo in Italia è utilizzato come vero e proprio stipendio. E' un precariato che risentirà prima la crisi, e che è soprattutto femminile”.

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