mercoledì 31 marzo 2010

Forse non si fa così...

Me l'avevano detto, eppure me l'avevano detto che “dopo” c'è il jet-lag. Sei fuori di qualche fuso... Barcolli. Io non ci credevo: “dopo”, dicevo, dormo! Altro che... “Vedrai, ti mancherà...”.

Sono in pieno jet-lag. Come se avessi fatto il giro del mondo tre volte e mezzo.

“Ti mancherà, la campagna elettorale, corri di qui, rispondi là, riunioni, volantini... Poi improvvisamente le ore vuote”: non sono sicura, sicurissima, che sia quello. Ho un mese di lavoro arretrato, la scrivania è un incubo, ho mollato la presa sulle amministrazioni e nessuno 'sto mese ha scucito una lira, di ore vuote non se ne parla.

Abbiamo consegnato la regione alla destra. Non sarà questo, piuttosto, il mio jet-lag? Io che vanto (ohssì, che lo vanto!) un appello al voto firmato Anpi e oggi faccio i conti con la ministra che cassa la Resistenza dai libri di storia. I fusi orari che mi mancano sono in questo abisso tra il “vento francese” e quello romano, tra Obama e Polverini.

Mi hanno detto che alle case occupate di via Spalla sta arrivando la corrente elettrica. Da quando sono andata da loro (ne ho scritto, in questo blog), sono saliti anche sul tetto dell'Acea. Mancavano pochi giorni alle elezioni, vento francese e aria di Bonino. Insomma: gli hanno dato l'allaccio, le ultime notizie che ho avuto sono che facevano una colletta per acquistare il cavo di collegamento. A dita incrociate. Anche gli occupanti di via Volontè (ho concluso la mia campagna elettorale insieme a loro, venerdì scorso) erano a un passo dalla soluzione del problema: un residence per anziani costruito (coi soldi della regione) e abbandonato, ci stanno da due anni. Ho di nuovo trovato bella gente in queste case, coi problemi delle collette, il cancello da rifare, il futuro da rimettere in piedi. A dita incrociate.

Eccolo, il jet-lag. Stavo imparando i loro problemi. I problemi dei consultori. I problemi della “pillola del giorno dopo” che i medici della mutua non segnano, i farmacisti non danno. Un popolo di pubblici obiettori con cui fare pubblici conti. Stavo imparando i problemi del cinema, quelli delle sale che chiudono, dei monopolii che imperano, dei precari che devono cercarsi altri lavori perché l'industria della settima arte è un'industria con la “disoccupazione a singhiozzo”, non si tira avanti.

Ho fatto la campagna elettorale tra autobus e metrò, la macchina non avrei saputo dove mollarla. Senza manifesti. Senza bugie. Forse non si fa così...

Chi è senza jet-lag scagli la prima pietra.

venerdì 26 marzo 2010

Una TV diversa è possibile

Il terzo polo c'è. In una notte l'Italia ha scoperto un'altra televisione: una tv collettiva di piazza; una tv “familiare”, sul solito schermo di Minzolini e Fede; soprattutto una tv condivisa, interattiva, che scardina le abitudini: la tv del web.

Michele Santoro, Marco Travaglio, Sandro Ruotolo, Vauro, insieme a Floris, a Gabbanelli, a Gad Lerner, insieme a Luttazzi e a Benigni e a Monicelli, insieme alle operaie dell'Omsa, alle ricercatrici dell'Ispra, insieme alla folla di Bologna, non solo hanno mandato in onda la più bella puntata di “Annozero”, ma hanno girato pagina alla storia della tv.

E stavolta, per quanto paradossale sia, ne sia dato merito anche a Berlusconi: perché è proprio per rompere la censura che sta attanagliando ogni fonte di informazione che si è messa in moto la catena di sant'antonio dei siti web, delle piccole tv, del tam-tam di immagini e parole che pervade la nostra vita. Un evento che non è soltanto un evento: lo diciamo sommessamente, ma nella morta gora dei media questa è una rivoluzione. Più di google. Più di youtube. Perché sfrutta l'ingegno tecnologico, l'invenzione dei new media, per dare vita per la prima volta a un'altra televisione. Che nasce libera. Libera come le prime tv locali alla fine degli anni Settanta. Come le tv di quartiere. Ma questa è tv che inonda l'etere: i dati d'ascolto di “annozero” sono strabilianti, il 13% d'ascolto registrato dall'Auditel sui media tradizionali (Sky al 6%, Current tv 2,44%, network locali al 6%. Ma anche Rainews24, rompendo l'embargo a Santoro, ha rimandato le immagini in differita della trasmissione). Soprattutto, però, la banda larga non è mai stata così stretta, perché era sul computer di casa che si seguiva, commentava, che si richiamavano gli amici a seguire la trasmissione. Anche Globalist ha rischiato di andare in panne, ha triplicato i contatti; così come è successo a Repubblica tv, con le sue 350mila connessioni. Ma erano centinaia i siti internet che rimandavano le immagini di Bologna, insieme alla pagina della diretta streaming http://live.raiperunanotte.it (che è arrivata a 125mila contatti unici): dal Corriere tv, al sito internet del Tg3, ai tanti, tantissimi siti e blog autoprodotti che rimandavano le immagini all'infinito. Non ha nessuna importanza sapere quanti eravamo davanti al computer ieri sera: nell'era di Berlusconi i numeri sono una variabile impazzita, come il milione di piazza San Giovanni a Roma. Fatto sta che stamattina sembra che l'abbiano visto tutti!

Una trasmissione che è già in replica, perché internet archivia senza neppure la fatica dell'”on demand”: le vignette di Vauro, l'intervento di Luttazzi, Monicelli, senza censure, autocensure, imbarazzi. Infinite repliche, infiniti clic.

Ora, ora che il terzo polo si è mostrato, nella rete del web e delle piccole tv, inizia un'avventura nuova. Il primo rischio è che la censura si abbatta come una scure anche qui. Basta poco. Basta abbandonare del tutte le politiche sulla banda larga, un problema che non va mai sulle prime pagine dei giornali, misconosciuto, vitale per la comunicazione nel nostro Paese, per il superamento del “digitale divide” che spacca in due anche l'Italia. Mentre Obama promette di connettere l'America (“100 mega in download e 50 in upload”), e fa di questo la sua grande scommessa sul futuro, noi siamo ancora a combattere con i 2MB e di internet ultraveloce si parla solo nei convegni. Peggio: gli 800 milioni di euro previsti per la banda larga sono congelati dal Cipe, anche se a richiederla è l'industria, che ne ha necessità vitale.

Ma ad averne necessità vitale è anche l'informazione, per sgusciar via dalla trappola mortale del duopolio Rai-Mediaset, che soffoca La7, che Sky non può scardinare. “Annozero”, si ricomincia di qui: mai titolo fu più premonitore.

Chissà, forse da domani riuscirò a scrivere il mio diario.


Volevo tenere un diario elettorale, è andata a finire che persino l'agendina che ho in borsa, quella dove segno la visita del dentista e le bollette in scadenza, è diventata un inestricabile campo di battaglia di appuntamenti saltati, cambiati, rivisti: altro che diario, altro che “campagna”, con mister B. (Bean?) che ogni giorno va all'assalto alla baionetta. Fino all'ultimo. Ieri sera era in programma una “festa” dei candidati della lista, con la musica: anche per conoscerci un po' meglio! L'ho passata sotto la Rai, donna-sandwich. Ma quale festa! Col premier che ha cacciato dalla Rai ogni voce “stonata”. Che colpo da maestro: via le trasmissioni dove qualcuno, anche per sbaglio, anche a “Porta a porta” poteva insinuare il dubbio. Le mani, saldamente, sull'informazione. Minzolini che fa crollare gli ascolti del Tg1, ma che continua a parlare alla pancia del paese, a quelli che guardano la tv “dove si accende”, perché le tecnologie non sono per tutti, e c'è chi da una vita alle 8 sente il tg1... I bar, gli autogrill, i ristoranti di paese...

Donna-sandwich, c'è sempre una prima volta... Sulla pancia portavo scritto un qualche anatema sull'occupazione della Rai da parte di mr. B (Bean?): anche ieri mattina, lui che può, lui che è premier, si è messo a menar fendenti contro tutto e tutti, urbe-et-orbi. Contro tutte. Le donne-politiche, dice, non si possono manco guardare allo specchio, dopo la Bindi, la Bresso. A parte il fatto che l'unico che rompe gli specchi quando ci si mette davanti è lui (ma come fa, la mattina, quando si lava i denti – se li laverà da solo? - a guardarsi in faccia?), la sua volgarità continua a contagiare i più deboli, democraticamente fragili, a farci vivere peggio il giorno.

Stavo con un mito, Sabatinelli, colui che si sdraiò davanti alla porta del tribunale: per farsi riconoscere sul suo “santino” elettorale si è fatto disegnare sdraiato. Ma come t'è venuto in mente di buttarti a terra? “Per controllare il faldone di Milione dal basso... Nella confusione sennò era troppo facile che lo facesse scivolare di mano in mano, per ritrovarlo su una scrivania. Dal basso, controllavo meglio”. A controllare noi che protestiamo, con scritti addosso i numeri della strabordante presenza televisiva di mr. B (Bean?), c'è un eccesso di polizia, mentre “là dentro” impuniti continuano a farlo strabordare. Al massimo finirà con una multa pagata coi soldi del canone. La giornata va a finire con il presidente Rai Garimberti che accetta di incontrare una delegazione “istituzionale”, solo onorevoli: quanto di più inutile possa accadere, visto che è Masi il direttore generale che tutto può. E tutto fa: a partire dalla cancellazione dell'informazione. Parentesi: visto che di Milioni ce ne son milioni, magicamente a un certo punto i cancelli della Rai – che fino ad allora avevano protetto gli uffici vuoti come un bunker inaccessibile – si aprono, scivolano sulle rotaie fino a spalancarsi. Gli addetti alla sicurezza impazziti. Un formicaio di agenti in borghese, in divisa, a far barriera... Qualcuno aveva schiacciato il pulsante sbagliato... Che pecioni!

Sì, vabbè, ma intanto c'è Santoro sul web... Dagli schermi dentro il palazzo di vetro si intravvede Rainews24: Santoro??!! Qualcuno anche qui ce la fa a forzare il silenzio.

Volevo raccontare, nel diario elettorale, la gente che ho incontrato ai volantinaggi. Largo Argentina, fermata dell'otto; Ferrovie Laziali; mercato di San Lorenzo. E' stata la parte più divertente della campagna elettorale (due gambe gonfie così!!!): tre mondi. A largo Argentina una signora tutta per bene prima ha rifiutato sdegnata il volantino poi, andandosene, a voce abbastanza alta perché sentissi, mi ha regalato un “Vaffanculo”. Sono rimasta di sale. Vota chi ti pare, ma come ti fa a venire in mente di insultare una persona che, comunque, ti sorride? Grazie mr. B. Quest' Italia non è la mia Italia. Ma ce n'è un'altra di Italia, anzi, ce ne sono tante, quelli che si fermano a parlare anche se votano altrove, chissà dove, quelli che non votano, non voteranno più, non hanno mai votato, ma hanno bisogno di raccontarlo, raccontarsi. Persino ascoltare. C'è anche chi si affretta a mettersi in prima fila: accaparrarsi una benevolenza (hai visto mai, questa può entrare in Regione...). Ma i problemi sono, comunque, veri: il lavoro che non c'è, la compagna che non può prendere la cittadinanza, lavora al nero, rischia di essere sbattuta al Cie (“Ma possibile che l'unica via sia sposarla?”). Sono gli stranieri, che votare non possono proprio, a mettersi subito a leggere, senza neanche aspettare di sedersi sul trenino verso la periferia: nei programmi elettorali c'è il loro futuro tra noi. Lo capisco. A San Lorenzo è una festa: li vogliono tutti, te li prendono dalle mani, li lasciano mettere nei bar, sembra di stare in un mondo normale. All'inizio mi vergogno un po': mi riconoscono in fotografia. Sì, sono io. “Ma se li dà da sola?” Mi sembra giusto metterci la faccia... Vecchi comunisti che non ne possono più. Ragazzini galanti che sostengono che la fotografia non mi rende giustizia (bugiardi!): ma non lo fanno per prendere in giro, si sta a parlare. Non sono i giovani della tv, questi sono quelli veri, che vanno all'università, che lavorano. Che votano o non votano, ma ci pensano, discutono. I vecchi parlano, i giovani chiedono. Oggi, chiusura di campagna. Sto andando al capolinea del Cotral, incontro con i lavoratori del trasporto. Stasera ancora un palazzo occupato, in via Volontè. Chissà, forse riesco a passare all'università a dare qualche volantino. Chissà, forse da domani riuscirò a scrivere il mio diario.

giovedì 25 marzo 2010

Sanità negata e medici al fronte


Entusiasmo (che altro?) quando - neppure troppo tempo fa - ho scoperto che per le bambine di oggi c'è un semplice vaccino contro l'HPV. Sequenza impronunciabile di consonanti, né va meglio col nome scientifico, Human papilloma virus; eppure è magnifica la sostanza della cosa: un vaccino per debellare i tumori al collo dell'utero... Ora la dottoressa mi spiega che c'è un problema: mancano le dosi di vaccino. Quest'anno tocca alle bimbe nate 11 e 12 anni fa, ma ci sono ancora quelle di 13 “in arretrato”... E' la Sanità senza soldi. Che rimanda la prevenzione.

Voglio capire qualcosa di più di questa Sanità del Lazio, fuori dalle carte, fuori dai numeri: sento i medici che ci son dentro fino al collo. Già ho parlato con il primario di medicina che si chiude a chiave nello studio per gonfiare le gomme alle carrozzelle del reparto, perché la burocrazia non contempla la gonfiatura, ma sgonfie... non camminano. Ma non sta bene un primario con la pompa della bici in corsia.

Ora sto seduta davanti a una “dottoressa al fronte”, anche senza esser mai uscita dai confini della città. La conosco da tanto. Si occupava degli extracomunitari. I problemi con i clandestini e il loro timore delle strutture pubbliche. Il rapporto medico-paziente tutto fiduciario. Le malattie che sembravano debellate. La ritrovo primario (primaria?): è tornata ai consultori, tra mamme e bambini.

Il marito brontola perché arreda l'ambulatorio come se fosse uno studio privato: ma ha ragione lei, come si fa a lasciare dei bimbi in sala d'attesa, con la paura della puntura (le prime vaccinazioni) senza un gioco, un quadro colorato alle pareti, qualche libro cartonato da sfogliare? Come si fa a fare le riunioni dei medici senza sedie? Fortuna che c'è Ikea. Perché altri fondi, non ci sono...

In sala d'attesa mi guardo intorno. Me la ricordo bene la prima vaccinazione a mio figlio, in un locale fatiscente, buio, dove non sapevo dove sedermi. Qui c'è luce e colore. I bimbi possono anche stare a terra!

Dal concepimento alla maturità. Ci sono le ragazze che vengono per la pillola del giorno dopo, perché sono tanti i medici “obiettori”, e anche i farmacisti. Non vogliono rogne. Ma il sabato, la domenica, quando i consultori sono chiusi? Diritti negati.

Ci sono i bambini del nido e i loro “disagi psicologici”, una volta venivano messi dietro la lavagna, adesso vengono seguiti, crescere è la cosa più difficile che c'è.

E' la medicina della prevenzione, i controlli, le visite a scuola, piccolini con gli occhiali o mandati a far ginnastica, le lezioni sul cibo e sul sesso. Ogni settore ha la sua “eccellenza”, qui la pagella ha voti alti. E' la sanità sul territorio, quella che va dentro le scuole, che viene a casa, che cura l'emergenza, che opera, che assiste. La Sanità senza soldi. In una Regione dove il “buco” della Sanità condiziona le elezioni. E soldi a fiumi nella burocrazia.

Non c'è la “mappa” regionale dei presidi sanitari: malati che devono spostarsi da un capo all'altro della città (o da una città all'altra) per analisi, esami, cure appropriate. Quello che c'è sono gli ospedali che chiudono. Le cure che costano troppo care. Il precariato degli “appalti” della salute. I sistemi di potere. Vallo a dire alle bimbe che aspettano di fare la loro vaccinazione “da grandi”, come hanno spiegato a scuola. Vallo a dire ai vecchi quando il ticket sballa il bilancio di fine mese.

domenica 21 marzo 2010

Acqua, oggi, vuol dire democrazia


Acqua. Acqua! Acqua pubblica... “Acqua libera”. La soddisfazione di lasciare il corteo per chiedere in un bar un bicchiere d'acqua minerale, stracolma di bollicine: carissima. E altri due di “acqua del sindaco” che a Roma, vivaddio, è pure buona: gratis.

Non sono le bandiere, stavolta, a dare colore alla manifestazione: non il rosso, non il viola. Il fiume di gente che scende per le strade di Roma sceglie l'azzurro. Si riappropria, finalmente, dell'azzurro.

In attesa di poter esortare, e gridare di nuovo, senza fraintendimenti, anche “forza, Italia”.

Telecamere a caccia di politici eccellenti, perché la cronaca (come è d'uso e abuso) si fa sulle loro dichiarazioni: ma non qui, questa è una manifestazione che dilaga come l'acqua, mille sigle a organizzarla, onde di gente – di giovani! - che quello che hanno da dire lo dipingono sul volto. “Acqua bene comune”. Gocce d'acqua azzurra sul viso. Goccioline di bimbi che giocano nel corteo, perché questa manifestazione è tutta per loro: per la loro acqua, per la loro aria, per la loro terra, domani.

I gonfaloni dei comuni: tanti. Anghiari, Lanuvio, Grotte, Napoli, Gubbio, Modica, Vittoria, Bassiano, Castel Madama... ce ne sono ancora, affastellati quasi, in prima fila... E' la Sicilia degli scandali dell'acqua. Sono i paesi su cui incombe una privatizzazione che non dà acqua buona ma la dà cara. Sono i sindaci che non ci stanno, con le fasce tricolori.

Berlusconi due piazze più in là sostiene che ci sono un milione di persone ad ascoltarlo, tradito dalla sue stesse telecamere (per la questura: 150mila). E allora, quanti siamo in questo fiume allegro di colori, di suoni? Settemila dice la questura: ma dai!!! Un'ora e dieci di corteo, e quando i gonfaloni entrano in piazza Navona ancora si sfila in via Cavour...

“Acqua, oggi, vuol dire democrazia”.

venerdì 19 marzo 2010

Il corteo del premier, il corteo dell'acqua... (e il rischio-provocazioni)

DI SILVIA GARAMBOIS
(DA WWW.DAZEBAO.ORG)

ROMA - L'Arco di Costantino, costruito per celebrare i fasti della battaglia di Ponte Milvio in cui venne sconfitto Massenzio, sabato sarà la porta che separa due Italie: da un lato il corteo del premier che non vuole perdere potere, dall'altra il corteo dei cittadini che non vogliono perdere anche l'acqua. I primi che risalgono dal Circo Massimo verso piazza San Giovanni, i secondi giù per i Fori Imperiali verso piazza Navona.

Due serpentoni di gente ad attraversare la città, a un palmo l'uno dall'altro. E il premier che continua a ripetere che è “l'amore contro l'odio”... (ma Alemanno non aveva detto: mai più due manifestazioni lo stesso giorno?).

Fin qui, questa del corteo di Berlusconi è stata una telenovela: la manifestazione che ha fortissimamente voluto per rattoppare l'immagine del “partito del fare” dopo le pecionate di mr. Milione, è stata sballottata nel calendario in modo imbarazzante. Un boomerang: il sabato, il sabato no è già occupato (il “protocollo” di Alemanno parla chiaro: evitare “la concomitanza di manifestazioni”); la domenica, la domenica no c'è la maratona...

Poi è diventato un ennesimo atto di arroganza: Berlusconi non manifesta di lunedì. E tra i maratoneti della domenica e il popolo dell'acqua (che per altro da lungo tempo avevano prenotato piazze e strade), ha scelto il confronto con i secondi. Con quelli che vogliono “l'acqua del sindaco”, come dicono a Roma, e non quella delle multinazionali. E Alemanno non ha battuto ciglio.

Un risultato Berlusconi lo ha già portato a casa: il suo comizio con i 13 candidati Presidenti schierati “oscurerà” completamente i suoi competitor, almeno nei tg.

Adesso, tempo di vigilia, si studiano i percorsi... Tra un corteo e l'altro un tiro di schioppo. Il Prefetto ha “concesso” al corteo dell'acqua di passare dai Fori Imperiali, nonostante i lavori in corso per la maratona del giorno dopo, anziché fare il giro lungo a lambire piazza San Giovanni... Per evitare almeno che le due manifestazioni entrino in contatto, i cortei si intreccino, i manifestanti si confondano.

E tutto ciò a otto giorni dalle elezioni, nel clima surriscaldato della campagna elettorale, del pasticcio del Pdl nella presentazione delle liste, dei bavagli all'informazione, delle intercettazioni, degli scandali.

Su facebook è già partito il tam-tam del “popolo dell'acqua”: attenti alle provocazioni.

mercoledì 17 marzo 2010

“A sgombrarmi sono arrivati i miei colleghi"

I nuovi invisibili lavorano accanto a noi. La signora che salutiamo con un cenno in ufficio, con cui scambiamo due parole appena a scuola. Questa campagna elettorale sta diventando un viaggio in una città dimenticata: ultima tappa, le case occupate di via Erminio Spalla. Spalla era un campione di pugilato di bell'aspetto e fotogenico, finì al cinema, più di cinquanta film. In “Miracolo a Milano” di Zavattini-De Sica era un barbone di periferia. Adesso nella “sua” strada, in un palazzo tutto di vetro dove si soffoca d'estate e si trema d'inverno, abitano cento famiglie che non sanno dove altro andare. Quattrocento persone. Diversi bambini sono nati qui: Federico che ha venti mesi, bello da cartolina, è il primo ad aver visto il mondo qui dentro. Il capostipite. Come gli altri, è avvolto in una copertina.

Scherzano le donne mostrando il pancione: “E' che fa freddo qui dentro, è buio”.

E' buio, perché la luce non c'è . L'Acea vuole un'autorizzazione, la proprietà non ci pensa proprio, la protezione civile comunale parla di “allaccio umanitario”, ma manca sempre qualche firma e si va avanti così. Non ci sono stufette elettriche. Non ci sono condizionatori. Un generatore che puzza di nafta e dà noia ai vicini per il rumore permette di avere qualche ora di corrente elettrica: mai prima delle 14, mai di notte. Per la lavatrice si fanno i turni, sennò salta tutto. Anche per il frigorifero: un bel problema per il latte dei bimbi, per le medicine degli anziani. Dove siamo? Roma, quartiere Garbatella.

Storie tutte diverse e tutte uguali. Non ce l'hanno più fatta con l'affitto. Sfrattati senza un posto dove andare. Giovani coppie. Anziane signore. Famiglie di immigrati. Aspettano una casa dal Comune, che non arriva. Non è che qui la vita sia a costo zero: solo per la nafta del generatore spendono tra 3.500 e 5mila euro al mese, ognuno mette una quota. E poi hanno dovuto spendere soldi e lavoro per recuperare un po' di dignità sotto questo tetto.

Il palazzo dove stanno è di un “furbetto del quartierino”, il gruppo Statuto. Era sotto sequestro da dieci anni quando sono entrati, nel maggio del 2008. Dentro, neppure i tramezzi. Gli ultimi piani sfondati, trasformati in paludi, con le rane. Nei piani bassi i topi. Raccontano che hanno derattizzato. Aggiustato. Tirato su tramezzi. Diviso in metri quadri, proporzionali ai nuclei familiari: 30 metri ai single, di più via via che la famiglia cresce. All'inizio nel quartiere hanno anche protestato, denunciato l'occupazione.

Aspettano una casa con un affitto buono per le loro tasche, c'è chi ha già raggiunto i fatidici “dieci punti” ma è ancora qui, un pellegrinaggio continuo a controllare le graduatorie... e intanto hanno bisogno della luce. Non si fa nulla senza la corrente: niente phon per asciugarsi i capelli. Niente acqua calda per lavarsi. Niente aerosol per l'asma... Me lo racconta una signora offrendomi una fetta di dolce, scherziamo un po' sulle calorie, i bambini si avventano sui biscotti.

Gli uomini si sono arrampicati sul ponteggio della ristrutturazione della chiesa di piazza Madonna di Loreto, un paio di mesi fa, quando il freddo era più freddo, perché finalmente qualcuno li chiamasse a un “tavolo”: comune, protezione civile, Acea, prefettura. Ma siamo sempre lì: assicurazioni, interventi umanitari, ma non si è visto niente.

Loro, chi sono? Quelli che incontro – una quarantina - sono gente di tutti i giorni, invisibili col loro dramma: “A sgombrarmi sono arrivati i miei colleghi. Io lavoro proprio in quegli uffici; quando mi hanno vista hanno detto: tu?... Io....”.