lunedì 26 luglio 2010

I numeri parlano

I numeri, quando si leggono, vanno messi tutti in fila: senza perderne nessuno. Perché i numeri sono strani, hanno il vizio di scomporsi e ricomporsi sulle lavagne (avete presente la sigla del telefilm “Numbers”? Un gioco di radici quadrate e cifre allo specchio…). Ma se si acchiappano e costringono nero su bianco, i numeri diventano volti, persone, fatica.

E in questo mese di luglio di numeri ce ne sono tanti che roteano in
censimenti, indagini, relazioni…


Bella cosa, ad esempio, scoprire che l’Istat ha censito che nel 2009 i poveri non sono aumentati. Quanti? Settemilioni e 810mila. Anche le famiglie in “povertà assoluta”, più o meno, sono sempre le stesse: 1.162 mila (il 4,7% delle famiglie residenti). Cinque italiani su cento. Uno ogni venti. Ogni cifra dopo la virgola è qualche persona in più che incrociamo per strada, al mercato, o quando giriamo la testa dall’altra parte se la vediamo rimestare nei cestoni delle verdure scartate.

Qualcosa, però, cambia al Sud: quelli che non hanno i soldi per una vita
minimamente accettabile salgono al 7,7%. Chi sono? L’Istat dice che la povertà assoluta aumenta - soprattutto al Sud - tra le famiglie che vivono con un guadagno operaio, sia il padre, o la madre, o un figlio a portare a casa il reddito. Il rapporto Svimez aggiunge che una famiglia meridionale su 5 non ha i soldi per andare dal medico e una su 5 non si può permettere di pagare il riscaldamento.

L’Ocse è anche più severo: sostiene che i salari italiani sono agli ultimi
posti tra quelli dei paesi avanzati. Va peggio solo in Polonia, in Ungheria, in Grecia…

L’Inail dà invece numeri che dovrebbero suonare come “buone notizie”: sono diminuiti gli incidenti sul lavoro. Del 10%. Sono diminuiti anche i morti sul lavoro: quanti in tutto? 1050. Mille e cinquanta famiglie distrutte.
Una strage.

Ma comunque, avverte l’Inail, 70 in meno rispetto all’anno precedente. E’ dall’inizio della crisi che queste cifre si contraggono: ma non è stato fatto nulla, proprio nulla, sul fronte della sicurezza. La spiegazione è un’altra.

Negli scorsi giorni, infatti, la Cgil ha fornito altre cifre da scrivere sulla
lavagna: quelle sulle cassa integrazione. Nel 2010, finora, i lavoratori in
cassa integrazione sono 660mila. Le decurtazioni del reddito sono pari a 2,4 miliardi di euro. Il tasso di disoccupazione (se si considera anche la Cig) passa dal 9,1% al 12,1%.

Calano gli incidenti? Cala l’occupazione! Si apre, ancora, di nuovo, la
forbice tra Sud e Nord. Si riapre quella tra occupazione femminile e maschile. Quella tra genitori e figli (il Cnel, nel suo “Rapporto sul lavoro 2009-2020”, dice che trovare una occupazione, per chi a meno di 25 anni, è tre volte più difficile rispetto ad altre fasce di età).

Ancora l’Inail racconta che aumentano le malattie professionali: si impennano quelle dell’apparato muscolo-scheletrico. Sono le malattie della fatica. Fisica. Nei campi, ma anche davanti al computer (“sindrome del tunnel carpale”). Chi il lavoro ce l’ha, s’ammala di lavoro per non rischiare di perderlo.

C’è una montagna di numeri sulla lavagna. Prima che qualcuno arrivi col
cancellino diamo loro almeno un nome: questi sono i numeri della crisi. I
numeri che non entrano nella manovra economica del Governo ma che raccontano l’Italia nel profondo delle sue incertezze, delle difficoltà che crescono. I numeri veri, che per strada hanno il volto delle persone. Degli amici. Il nostro.

(da www.radioarticolo1.it)


giovedì 8 luglio 2010

aderisco anch'io


9 luglio giornata del silenzio dell'informazione e dei blog

lunedì 5 luglio 2010

C'è poco da smentire

La manovra economica dà il mal di mare. E' sgomentante, ma c'è persino un aspetto farsesco, ridicolo, da commedia comica, nel continuo “avanti tutta - indietro tutta” degli emendamenti al testo di questa Finanziaria bis. Tanto che è persino lecito il dubbio che questa sarabanda di annunci di tagli, seguiti da rapide smentite, alla fine crei uno stato confusionale tale da dar l'impressione che... poteva andare anche peggio.

No: sta già andando “peggio”.

Ultimo in ordine di tempo l'annuncio del taglio delle tredicesime a professori e ricercatori universitari, magistrati, Forze armate, Forze di Polizia, Vigili del Fuoco, personale di carriera prefettizia, personale diplomatico e di carriera dirigenziale penitenziaria (emendamento “pesante”, del relatore Azzollini in commissione Bilancio al Senato, motivato dalla necessità della copertura economica, in caso ci siano da pagare arretrati, straordinari o promozioni). Berlusconi in persona si è affrettato a smentire nei tg, praticamente a reti unificate (“Non toccheremo le tredicesime”), con un uso a dir poco spregiudicato delle televisioni.

Reale l'emendamento, mediatica la smentita.

Peccato che non fossero passate neppure 24 ore da un'altra - come dire? - “gaffe”, che è stata prontamente battezzata “norma-refuso”: di fatto impediva l'andata in pensione dopo 40 anni di lavoro, indipendentemente dall'età anagrafica. Un anno di lavoro in più, un anno di contributi in più, e nessun beneficio nella pensione. Senza parlare delle donne, per le quali il “salto” (nel buio) diventava di sei anni... La questione è stata risolta dichiarando che si trattava di una «stesura tecnica zelante che non corrisponde alla verità».

Chissà com'è, a chi per mestiere scrive, questa spiegazione fa venire in mente una bugia antica: “il refuso del proto”. Risale ai tempi in cui i giornali erano composti a piombo: quando c'era un errore (e una protesta), la colpa veniva immediatamente scaricata sul capo della tipografia - il “proto”, appunto - anche se per lo più era innocente... Nell'era moderna, a quanto pare, a far da parafulmine ci sono i tecnici zelanti.

Ma il mal di mare resta. Tra emendamenti, cavilli, refusi, di quante altre trappole è disseminata questa manovra, in attesa di smentita?

(da www.radioarticolo1.it)


mercoledì 30 giugno 2010

Morire di fatica

Una calda giornata d'estate, il mare, gli ombrelloni, il sole, le creme abbronzanti. E gli ambulanti, mercanzia da pochi euro, vestiti, orologi, ciambelle da mare. Negozi ambulanti lungo il nastro infinito della spiaggia. Borse e borsoni stracarichi di merce, aquiloni trascinati in volo.

Un occhio distratto alla merce. Un no infastidito, non ho soldi, non ora. Capannelli di donne che provano vestiti e cappelli, per passare il tempo, la prossima volta che passa, vedremo. Chilometri di spiagge infinite. E poi, un cuore che crolla. Si strappa. Si ferma.

Sardear Jahangir aveva 33 anni, veniva dal Bangladesh, si è accasciato sulla spiaggia di Jesolo in un giorno di sole, le sue mille mercanzie sono cadute insieme a lui. Morto di fatica. Di fatica, si muore. La comunità del Bangladesh ha fatto una colletta per farlo tornare a casa, almeno ora, perché sia la sua famiglia a dargli l'ultimo saluto.

La notizia è un flash. C'è un'Italia che urge: è quella del lavoro, della manovra, della combattività ritrovata. C'è un'Italia che fa ribollire il sangue, quella degli Scajola, dei Brancher, dei Sepe. Ma la storia di quel giovane caduto sotto il peso della sua mercanzia, morto di fatica tra la gente in vacanza, è un chiodo in testa. Troppo facile e inutile la retorica. Anche i nostri migranti crollavano di fatica nelle miniere, ne morivano. E altri nuovi migranti non ce la fanno nei campi del sud, “spariti”, senza che la notizia arrivi ai giornali.

Sardear non entrerà, temiamo, neppure nelle statistiche dell'Inps sui morti sul lavoro, semplicemente perché non aveva diritti. Morire arrangiandosi a vivere. Abusivo nella vita e nella morte. Una fatica abusiva.


(da www.radioarticolo1.it)

lunedì 21 giugno 2010

Il flop del digitale e la Rai al valium di Masi

Il flop del digitale e la Rai al valium di Masi

Ci mancava solo il digitale terrestre che “salta” alla fine del primo tempo della partita dell'Italia contro i kiwi della Nuova Zelanda, partita da cardiopalma, altro che goleada. Pluff... e Torino è andata al buio. Persino lo streaming di rai.it un disastro, correva voce fosse meglio quello di Al-Jazeera... La Rai sommersa di telefonate e di insulti.

Il digitale è stata una italica jattura. Solo la “sospensione” elettorale (Milano è stata digitalizzata solo a voti amministrativi scrutinati, e probabilmente non per caso) ha fatto tirare il fiato qualche mese fa ai teledipendenti-tecnologicamente-non-autonomi (ma anche a quelli che si son stufati di smanettare ore per mettere a posto i canali): poi però la tv delle bizze, da reimpostare ogni tre per due, è ripartita in mezza Italia. Ai centri anziani e nelle sale d'attesa della mutua è uno degli argomenti più “quotati”: chi ha inutilmente cambiato l'antenna, chi si è segnato il numero del “tecnico” vicino al telefono, chi si è arreso e capta solo le tv locali.

Ma il disastro tecnologico è solo un costone della frana...

Lasciamo perdere Minzolini, che fa romanzo a sé: se le “minzolinate” finirono nei vocabolari come il gossip di chi alla bouvette della Camera orecchia gli onorevoli tra una pastarella e un caffè d'orzo, ora nella revisione del vocabolario andranno riscritte come il giornalismo di chi non solo non si sogna di guardare sotto il tappeto buono, ma manco racconta chi ci cammina sopra. L'ultima è stata la protesta degli aquilani. Desaparecida. E loro non lo hanno mandato a dire: ha fatto quasi più clamore la notizia non data al Tg1 della loro manifestazione, con l'autostrada bloccata.

I social-network sono diventati i luoghi d'aggregazione della protesta contro i programmi inopinatamente cassati dalla programmazione Rai, a partire da quelli per i bambini e via, via elencando. Sulla annunciata “riduzione” coatta del divano della Dandini e del programma di Saviano (meno serate = meno polemiche? Mah!) si affilano le spade dentro la Rai (minacce di dimissioni del direttore Di Bella) e fuori (gruppi organizzati).

Va a finire che il “caso Santoro” alla pari di quello del “doppio direttore” di Raitre (Ruffini/Di Bella: una poltrona per due) e di Rainews24 oscurata, son lì a scoppiettare come brace ardente, in attesa della pausa estiva: per i cinici, sono godibili boomerang di Mauro Masi, direttore generale che tutto butta all'aria pur di fare una televisione al valium. E quando si parla di lui a Roma si dan di gomito, per via di quella leggenda metropolitana che corre di bocca in bocca sul “terribile” d.g. sorpreso (sbattuto) fuori casa tra Campo de' Fiori e piazza Navona, con indosso un vezzoso pigiamino a orsetti: per altro risulta anche da un verbale della polizia (“lite animata”), che degli orsetti però non fa cenno.

Prossime puntate? Masi annuncia che non si dà per vinto. Il digitale per ora va al buio. Gli orsetti, chissà che fine han fatto.
(da www.globalist.it)

lunedì 14 giugno 2010

La solitudine dei troppi

E' il senso di solitudine che attanaglia quando si perde il lavoro. Quando le merci esposte nelle vetrine sembrano beffarde. Quando i centesimi pesano come non mai. Quando tutto intorno sembra che niente sia cambiato e la tv ripete che ce la facciamo, ce la facciamo, ce la facciamo... Ed è la solitudine di tanti. Di troppi.


L'Osservatorio “capitale sociale” di Coop Adriatica (realizzato insieme a Demos) ha da poco diffuso i dati che raccontano il disagio economico: tocca il 42% del campione il numero delle famiglie in cui qualcuno ha perso il lavoro o è in cassa integrazione. Un numero annichilente.
Solo due anni fa questo Paese aveva come problema principale quello della “sicurezza”. Non la mafia, non la camorra: ossessionati dalla micro-criminalità. Gli esperti avevano un bel strillare che le nostre città erano più sicure di tante capitali europee, che si trattava di un sentimento esagerato, acuito dall'insistenza con cui veniva data notizia di ogni villetta svaligiata, di ogni scippo nel parco: la paura si diffondeva come un'epidemia. Un Paese che vedeva nemici ovunque: zingari, extracomunitari e - direbbe De Andrè - “tipi strani”.
Oggi non sappiamo più quanto la micro-criminalità è diffusa, ma non ce ne curiamo: solo il 16% del campione dichiara “insicurezza personale”. Il 58,9% è preoccupato invece dalla “insicurezza economica”. Un'altra storia.


Non c'è bisogno di statistiche per conoscere lo stato d'ansia, gli scaffali dei negozi eternamente pieni di offerte speciali, saracinesche che si abbassano... E non fa neppure sentire meno soli: il “male comune” non si condivide - checché ne dicano i vecchi proverbi. Ma unisce: lo si è visto sabato 12 giugno tra i centomila di Piazza del Popolo, lo si è sentito nelle voci del corteo, nella rabbia contro una manovra ingiusta, che ricade una volta di più sulle famiglie dei lavoratori. Tartassati dalla crisi. Tartassati dal non governo della crisi. E dagli interventi pubblici che, una volta di più, cadono sempre “sulle stesse spalle”. Ma fino a quando?

(da www.radioarticolo1.it)

lunedì 7 giugno 2010

Ferrario-Busi, la "cape-popolo" che tanto disturbano Minzolini

Ferrario-Busi, la "cape-popolo" che tanto disturbano Minzolini

(questa è una "invenzione" dei Cipriani per non lasciarmi... scappare dal loro sito: cliccando si va sulla pagina di globalist.it su cui è pubblicato l'articolo)

Adottiamo l'art.41

“Tutto è libero, tranne ciò che è vietato”: che il nostro ministro all’Economia sia un battutista, è noto. Ma che abbia scelto di chiosare in questo modo, dal G20 di Busan (nella Corea del sud), la proposta choc di mettere le mani sull’articolo 41 della Costituzione, costerna.

Per la memoria, l’articolo 41 recita:

“L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

Per il ministro, questa, è una gabbia. Tremonti vuole competere con i mercati “flessibili” (come la Corea), rompere le regole. Anche se si chiamano “sicurezza”, “libertà”, “dignità umana”. Vuole misure di liberalizzazione economica, nel momento in cui l’Occidente neo-liberista cerca invece di dare regole al mercato.

Se Tremonti vuole togliere lacci e lacciuoli all’impresa, strangolata dalla burocrazia, difficilmente qualcuno vorrebbe dargli torto: semplicemente, non serve toccare la Costituzione. Perché l’art. 41 dichiara che l’impresa privata è libera, non soffocata dalla carte bollate. Ma la Costituzione aggiunge anche che deve essere “indirizzata” e “coordinata” ai fini sociali: il ministro, invece, ha già dichiarato che regole e verifiche sarebbe opportuno farle ex post. Quando è troppo tardi. E, magari, in vista di una sanatoria.

Il passo successivo, quale dovrebbe essere? Forse l’abolizione delle libertà sindacali, un altro vincolo alla libertà d’impresa?

C’è nel Paese un movimento di persone che hanno deciso di “adottare” gli articoli della Costituzione, per difenderli, preservarli, renderli vivi: chi sceglie il 21, la libertà di stampa, chi il 37, la parità uomo/donna sul lavoro, chi l’11, l’Italia ripudia la guerra… Articoli a rischio. Adottiamo l’articolo 41.


(da www.radioarticolo1.it)

martedì 1 giugno 2010

Il 2 giugno e i tagli alla memoria

Ci sono parole che sono di pietra dura: Dignità, Libertà… Parole unite da un filo che non si disperde mai tra le pagine della Costituzione. La dignità che viene dal lavoro, il lavoro che deve dare dignità economica. La libertà indissolubilmente legata alla conoscenza… E tutto questo, oggi, è sotto attacco. Anche la memoria.

La crisi economica scaricata una volta ancora sui più deboli, “sempre sulle stesse spalle” come dice Guglielmo Epifani. E non soltanto perché allontana sempre più i precari dal lavoro buono e interviene su stipendi e pensioni: basta leggere le cronache, chi pagherà il pedaggio sul raccordo anulare di Roma, se non i pendolari che vivono fuori dall’anello della Capitale? Chi sarà penalizzato dai tagli ai servizi già annunciati in Lombardia? E’ la dignità che continua ad essere erosa.

C’è un’altra libertà preziosa sotto la scure dei tagli: quella che viene dalla conoscenza, dalla cultura e dalla memoria. Così persino l’Istituto per gli studi filosofici di Napoli, unico al mondo secondo l’Unesco, è finito nella lista degli enti considerati “non utili”, non ha più soldi per sopravvivere.

Ma a rischio c’è anche, proprio mentre si festeggia la nascita della Repubblica italiana, un luogo simbolo: il Museo di via Tasso, a Roma. Non è che un appartamento in un palazzetto d’inizio Novecento: lì nei nove mesi dell'occupazione nazista della capitale, tra il 1943 il 1944, cinque stanze furono trasformate nelle celle in cui venivano rinchiusi e torturati centinaia di partigiani della Resistenza romana prima di essere deportati e fucilati alle Fosse Ardeatine o a Forte Bravetta. Stanze che mostrano ancora i segni e i graffiti dei partigiani, gli ultimi addii, gli ultimi aneliti di libertà. I ragazzi delle scuole, lì, vedono l’orrore.

E’ la nostra memoria, la memoria della Resistenza da cui è nata la nostra Costituzione: ed è finita anch’essa, per questo Governo, come ente “non utile”.

(da www.radioarticolo1.it)

mercoledì 26 maggio 2010

Minzolini si supera: censurato pure Cannavaro

Stavolta Minzolini ha proprio esagerato. Un fallaccio contro la Nazionale di calcio: è riuscito a censurare anche Cannavaro. Il “bisticcio” su Mills, quello per cui la “prescrizione” è stata – ops - scambiata con una assoluzione, ormai è acqua passata e mobilita solo il popolo della Valigia Blu. La cacciata di Tiziana Ferrario dal video ha avuto l'onda lunga, ne hanno parlato anche i giornali popolari, perché la Ferrario è un personaggio popolare, ma ormai – come il direttorissimo sapeva – anche quest'acqua è scivolata sotto i ponti. L'addio della Busi è stato anche più clamoroso: è un'icona della tv, amatissima, la faccia (dolce) del Tg1, le sue parole di fuoco hanno roteato sopra i cieli di Saxa Rubra: ma Minzolini per parare il colpo prima ha fatto girar la voce che voleva farla fuori, poi ha buttato in video le “giovani e carine”. L'altra sera “problemi tecnici” hanno impedito di sentire le parole di Elio Germano – quello che non piace a Bondi – premiato a Cannes (“Gli italiani che fanno di tutto nonostante la classe dirigente..."). Tanto per far infuriare un po' di più il mondo del cinema.Ma Cannavaro no! Che è successo? Che il Capitano della nazionale in conferenza stampa se l'è presa con Bossi jr: “Io mi sento italiano al 100% e quando vedo il tricolore, anche in altri sport, mi emoziono. Tanta gente non lo fa e non riesco a capire il perché. Per quanto riguarda il figlio di Bossi, ognuno è libero di fare quello che vuole. Non so se c’entri o meno anche la politica. Io dico solo che all’inno mi emoziono. Renzo Bossi non tifa Italia? Io mi sento italiano al cento per cento, e mi vengono i brividi all’inno: se poi ad altri non riesce, liberi di farlo, ma non so perché”. Ma al Tg1 il riferimento a Bossi jr, detto la trota, non c'era più. Pure Cannavaro imbavagliato...

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martedì 18 maggio 2010

Santoro lascia la Rai: accordo consensuale

La notizia arriva secca come una fucilata: Michele Santoro lascia la Rai. Accordo consensuale.
Nella nota dell'ufficio stampa di viale Mazzini, diramata al termine del Consiglio d'amministrazione, si aggiunge che: “l'accordo consensuale, che deve essere implementato attraverso contratti applicativi che saranno messi a punto nei prossimi giorni, prevede la realizzazione di nuovi progetti editoriali che verranno realizzati da Michele Santoro nei prossimi due anni. Rai continuerà quindi ad avvalersi della collaborazione di Michele Santoro che - conclude la nota - in questo modo, avrà la possibilità di sperimentare nuovi generi televisivi attraverso un ulteriore sviluppo del proprio percorso professionale”.

Un comunicato che dice tutto e dice niente. Ma che accende persino troppi rimandi. Il clima intorno a Santoro è incandescente da anni. La cacciata. I processi. Il ritorno ordinato dal giudice. E poi le censure. Le polemiche sempre. L'allontanamento di Vauro nei giorni del terremoto. Il contratto a Marco Travaglio che non passava la firma. Gli scontri con il dg Mauro Masi. Lo stop elettorale.

Ed è nei giorni del bavaglio elettorale, come talvolta accade nei momenti di massima crisi, che la pressione censoria è esplosa in una notte di inattesa libertà (televisiva): Raiperunanotte, il programma di Santoro realizzato al paldozza di Bologna e trasmesso dalle tv locali, dal satellite, soprattutto da una rete di grandi, piccoli, piccolissimi, improvvisati siti web ne hanno fatto un evento. E forse qualcosa di più: hanno aperto una finestra alternativa alla tv. L'hanno spalancata.
Difficilissimo calcolare gli ascolti, ma non impossibile: ed è così che è stato calcolato uno share del 13%. Clamoroso.

Un'esperienza che non può essere abbandonata a se stessa.

Il freddo comunicato aziendale lascia spazio solo a congetture. Anche Bruno Vespa, per capirci, ha un rapporto di questo tipo... Ma è troppo sperare che l'intento di Santoro e della sua squadra sia di rilanciare quella rete che, dal satellite al web, ha riaperto i giochi sul futuro della tv?

A sentire i boatos di queste settimane, del resto, Santoro è già a caccia di una redazione: si è parlato persino di quella dismessa di Red, piano terra di Palazzo Grazioli, dalle cui finestre si vede l'accesso secondario alla residenza del premier...

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Oscurata Rainews24: il bavaglio continua

Dov'è finita Rainews24? Al suo posto sul telecomando, canale 42 del digitale terrestre, non c'è più! “Oscurata”, denunciano il direttore e la redazione, pronta a denunciare l'azienda per “interruzione di servizio pubblico”.
Che sia solo una “frittata annunciata” per la partenza della digitalizzazione della Lombardia, ci credono in pochi: neppure sul satellite si trova più, sul solito canale 506 del bouquet di Sky c'è il promo di Raisport2! Qualcuno armato di santa pazienza ha ripescato Rainews24 sul decoder digitale al canale 998, proprio in fondo: come i ragazzetti molesti che in classe vengono messi in ultima fila. E per giunta non sembrava più lei, con la patacca del nuovo logo al posto dei flash.

Dopo le mille disavventure della partenza del digitale nel Lazio, nei giorni scorsi si scommetteva su nuovi malumori tra il pubblico, perché già si immaginava che il via a una nuova regione avrebbe scombussolato di nuovo il telecomando: frequenze spostate, con tutto quel che ne consegue. Soprattutto per le persone anziane, che non sanno perder le ore a risintonizzare i canali e devono – per l'ennesima volta – chiamare e pagare un tecnico.

Ma perché Rainews24 (che perde pure il “24” del titolo, per “omologarsi” agli altri canali! Ma quando mai...), la tv che ha mandato in onda “Raiperunanotte” di Santoro, la tv del “Caffè” di Mineo già scalzato dalla trasmissione in chiaro del primo mattino di Raitre, la tv che con un budget largamente insufficiente salva la faccia alla Rai garantendo un'informazione completa, viene scaraventata in fondo al telecomando?

Il direttore Corradino Mineo si scusa con i telespettatori e sul sito di Rainews24 (dove si dà conto delle centinaia di mail di protesta per l'oscuramento), scrive una nota che definire critica è un eufemismo: “Faremo di tutto per comprendere le ragioni di questo oscuramento e porvi rimedio – scrive il direttore -. Rainews informa, inoltre, che da oggi il Canale non si chiama più Rainews24 ma solo Rainews e che, per omologare l'intera offerta aziendale, la Direzione Generale ha deciso di spostare il logo in alto a destra dello schermo. Il logo, purtroppo, risulta poco leggibile, mentre la nuova grafica impedisce, per il momento, di mandare in onda i flash, strumento indispensabile per una all news. Anche di questo ci scusiamo con gli utenti".
À la guerre comme à la guerre.

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lunedì 17 maggio 2010

W Garibaldi

Nell'elenco dei Mille non c'è, ma mia nonna Virginia, detta Emilia, raccontava che quel 7 maggio del 1860 a Talamone c'era anche il mio bisnonno: Lorenzini da Piombino. Poco più che un bambino. Era scappato da casa per raggiungere Garibaldi e imbarcarsi con lui. La storia narra che Garibaldi e i suoi Mille a Talamone sostarono qualche giorno perché i rifornimenti, armi e vettovaglie, non erano pronti. E' così che la trisavola ebbe tempo di raggiungerli e di scongiurare Garibaldi che facesse tornare a casa quel discolo, ma il Generale – narra la leggenda familiare – le rispose che il piccolo eroe aveva stoffa da grande e avrebbe dovuto decidere da solo. E il bisnonno partì... Si narrava in famiglia di una lettera, firmata da Garibaldi, in cui rassicurava la mia ava sul figlio: lettera perduta, affidata a una prozia che, in vecchiaia, l'avrebbe donata a un parroco piemontese collezionista di autografi. Chissà: magari prima o poi salta fuori.

sabato 15 maggio 2010

Le mani sulla free press: Dnews licenzia i fratelli Cipriani

Le mani sulla free press. Licenziati in tronco i direttori di “DNews”, quotidiano con redazioni a Roma, Milano, Bergamo e Verona. Eppure l'hanno fondato loro, Antonio e Gianni Cipriani.

“Giusta causa”, secondo l'editore Mario Farina. Accusati, secondo i rumors, di non aver più firmato editoriali da troppo tempo... Sospettati, secondo altri, di aver troppe poche cautele nei confronti del potere costituito, Alemanno, Polverini, Moratti, Formigoni e, soprattutto, Berlusconi... L'ultimo numero con la loro firma, distribuito venerdì 14 maggio, titola in prima pagina nell'edizione di Roma: “La sanità ci costerà nuove tasse”. E, nell'edizione di Milano: “Prove di rivolta al Triboniano”. Come dire: una redazione a caccia di notizie e con in più un gruppo di editorialisti che non vuole mordacchie, da Ennio Remondino a Mario Morcellini, da Ritanna Armeni a Massimo Bordin. Mix evidentemente indigesto per chi più che alla libertà di stampa punta al marketing.

I Cipriani sono recidivi. Nel 2004 avevano inventato E-Polis, e tre anni dopo se ne erano andati con l'arrivo di Marcello Dell'Utri nella compagine societaria (e con loro lasciarono il giornale quaranta editorialisti). Nel 2008 hanno fondato Dnews, mezzo milione di copie. Gli unici due esempi italiani di quella che si chiama “free press di terza generazione”: distribuita gratuitamente e pagata dalla pubblicità, ma anziché puntare su notizie sincopate, per un pubblico che per leggere ha il tempo di poche fermate di metropolitana, si presenta come un giornale tradizionale, per una lettura più approfondita, riflessiva.

E' andata a finire che il pubblico ormai riconosceva E-polis del nuovo corso come giornale filo-governativo e Dnews decisamente libero e democratico. Adesso, probabilmente, si assomiglieranno di più: l'editore avrebbe già annunciato per la Dnews post-Cipriani una direzione moderata...

Perché il bavaglio non è solo alle tv.

P.S. Sono una dei 40 editorialisti che hanno lasciato E-polis insieme ai Cipriani. A DNews siamo assai meno, da quando l'editore ha imposto un drastico taglio di foliazione (e sacrifici alla redazione): e adesso ci risiamo... Solidarietà ad Antonio e Gianni, e a tutti i colleghi di DNews.

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martedì 11 maggio 2010

La scommessa

Il crac che arriva dalla Grecia fa tremare l’Europa. E il mondo. Che un debito è un debito, questo lo sanno tutti: e il debito della Grecia, strabordante e nascosto, è lo scandalo che affonda l’Ellade. Ma quando la crisi economica dilaga ci si perde in una misteriosa selva di sigle, nella babele delle parole, tra “società di rating”, Stati promossi o declassati a “doppia A”, a “tripla A” con o senza “+”, per non parlare degli Hedge found, dei Credit default swaps. E’ la finanza, bellezza! (per parodiare la frase di “Quarto potere”).

Ora che siamo a una stretta, che le preoccupazioni per la tenuta dell’Europa dell’Euro coinvolgono anche mr.Obama, che da questa crisi non guadagna né la Cina né gli Usa, i “misteri” della finanza improvvisamente si svelano e anche gli specialisti abbandonano il linguaggio da iniziati (da club riservato, da setta): nella tempesta economica che sconvolge il mondo, spiegano, qualcuno ci guadagna. Gli “speculatori”: ovvero, più semplicemente, chi ci “scommette” sopra.
Una scommessa. Come indovinare il risultato di una partita al Totocalcio.

Persino il Sole24ore, che non manca mai sul tavolo dei manager, dichiara: “Esattamente come nella sala scommesse: si punta sulla vittoria o sulla sconfitta di una squadra” (articolo di Stefano Elli, edizione di domenica 9 maggio). A scommettere sul “rialzo” o sul “ribasso” delle valute sono gli investitori: unica regola, guadagnare. A costo di mandare a gambe all’aria l’economia di un Paese, di un Continente.

Ci voleva una nuova tempesta economica perché i “misteri della finanza” si rivelassero per quel che sono, una smisurata, globalizzata, sala scommesse, che inghiotte denaro a scapito della cosiddetta “economia reale”. Le aziende investono in “finanza” anziché reinvestire in fabbrica. Gli scommettitori si ritrovano a Wall Street anziché nei bar di periferia, ma il gioco è sempre quello: solo che anziché gli spiccioli volano i capitali.

Ostaggi delle scommesse. E’ nata una economia parallela, fatta di esperti di ogni ordine e grado che si specializzano in questo o quel tipo di investimento, area Euro, Pacifico, Nord Atlantico, Asiatica… Posti di lavoro. E’ stato il cinema, per primo, a metterli nel mirino, yuppies degli anni Ottanta, giovani con la carriera in Borsa. Non è bastato il tornado dei mutui americani, la grande crisi che ha fatto tremare da Tokyio e Wall Street: la speculazione non ha un codice etico, in meno di due anni è tornata padrona.

Ora, che alle cose si torna a dare un nome, che i debiti sono debiti e le scommesse sono scommesse, i Governi si interrogano se non sia troppo tardi per riprendere in mano le redini dell’Economia. E’ per questo che gli aiuti alla Grecia, in questo momento, sono non soltanto una necessità per l’Europa, ma anche un banco di prova. Un braccio di ferro con la speculazione.

(da www.radioarticolo1.it)

domenica 9 maggio 2010

Lo sbarco dei nuovi garibaldini per salvare l'Italia

Lo sbarco. Come quello dei Mille. Ma stavolta ad approdare a Genova, la sera del 26 di giugno, dopo una notte e un giorno di viaggio in mare, saranno un gruppo di italiani all’estero (che s’annuncia folto), imbarcati a Barcellona per raggiunger le natie sponde. Imbarcati su una nave di linea, centocinquantanni dopo la traversata di Garibaldi, per protestare contro “l’arroganza, la prepotenza, la repressione, il malaffare, il maschilismo, la diffusa cultura mafiosa, la mancanza di risposte per il mondo del lavoro, sempre più subalterno e sempre più precario” che strangola l’Italia. Sono mesi che stanno preparando l’impresa: tutto è nato da un gruppo di italiani a Barcellona che qualcosa volevano fare (“seriamente preoccupati per ciò che avviene in Italia”), e dilagata con il passa-parola: ora ci sono gruppi organizzati a Bruxelles, a Parigi, anche ad Atene, e gente che aderisce dalle lontane Galapagos come da Cagliari, o Roma, o Milano, per preparare al loro arrivo a Genova (domenica 27 giugno) una giornata di iniziative e spettacoli e manifestazioni, che si concluderà la sera con un concerto al Porto Vecchio.Hanno scritto un “manifesto” i nostri italiani all’estero, che vanno leggendo per sagre e paesi, in giro per l’Europa: persino dal sagrato della chiesa a Sant Just, per la festa di Sant Jordi… Utilizzano Facebook per condividere le macchine, da Valencia piuttosto che da Bruxelles, che li devono portare a Barcellona dove salpa la “nave dei diritti”. E intanto organizzano rassegne cinematografiche per finanziarsi. Sarà la “nave dei diritti”, che “ricorderà la nostra Costituzione e la sua origine, laica e pluralista, la centralità della libertà e della democrazia vera, partecipata, trasparente: dai luoghi di lavoro alle scuole, ai quartieri, ai servizi, al territorio. Ricorderà che il pianeta che abbiamo è uno, è questo, questo è il nostro mare, di tutti i popoli. Che chiunque ha diritto di esistere, spostarsi, viaggiare, migrare, come ha diritto che la sua terra non sia sfruttata, depredata. Ricorderà che le menzogne immobilizzano, mentre la verità è rivoluzionaria.Ricorderà che cultura e arte sono i punti più alti del genere umano, sono fonte di gioia e piacere per chi li produce e per chi ne beneficia, non sono fatte per il mercato.Ricorderà che esistere può voler dire resistere, difendere la propria e l’altrui dignità, conservare la lucidità, il senso critico e la capacità di giudizio” (dal “manifesto” de “Lo sbarco”, www.losbarco.org).Insomma: arrivano i nostri! E non stupiamoci troppo se su internet ha aperto una pagina anche “la prima ONG africana che porta aiuti umanitari all'Italia”, “Poveri voi”, il cui scopo dichiarato è “trovare una soluzione al disagio sociale diffuso tra i giovani italiani, che sta portando l'interno popolo del paese a una progressiva e drammatica disumanizzazione”. E il presidente e fondatore, Ronald Samako, per “ridare al triste popolo italiano un sorriso per il futuro”, propone anche adozioni a distanza.
(da www.globalist.it)

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Contro il bavaglio (anche) ai blog

sabato 8 maggio 2010

Cancellato il "caffè" di Mineo: se non è l'ennesima epurazione...

Su Raitre al mattino non si prende più il caffè con Corradino Mineo. Dallo scorso 3 maggio al suo posto va in onda una rassegna stampa che tiene d'occhio le testate “minori”, quelle regionali, curata appunto dalle redazioni dei tg regionali. Non è un granché. “Il caffè” di Mineo, con le sue interviste che spesso dettavano l'agenda della giornata, era un piccolo “affaccio” sulle reti generaliste della rete all-news della Rai, Rainews 24, che altrimenti – per chi ce l'ha - si vede sul satellite o – per chi ce l'ha – sul digitale terrestre. Una sinergia, come si suol dire. Ma per tutti quelli che mentre guardano la tv non stanno tanto a cavillare su chi dirige cosa, era più semplicemente il primo appuntamento del mattino. La concorrenza al salotto politico di Omnibus (il fortunato “mattinale” di La7) o all'informazione popolare di “Uno mattina”. Diciamola tutta: il primo mattino è uno dei momenti più vivaci della giornata televisiva, buon giornalismo e ascolti di tutto rispetto...Ora, che è successo? Normale assestamento dei palinsesti tv? Ma che normalità c'è a cancellare una trasmissione di successo? Anzi, non a “cancellarla”, ma a riservarla ai fortunati telemaniaci che si costruiscono la giornata tv saltellando tra i canali specializzati del satellite e del digitale, e le vecchie reti generaliste. Ora su Facebook è spuntato un gruppo che si chiama “No alla cancellazione da Raitre della trasmissione di Corradino Mineo Il Caffè”: perché sono parecchi quelli a cui questa “novità” non convince. Questione delicata. Epurazione?Il fatto è che se si è costretti ad abusare di termini gravissimi come “epurazione” o “liste di proscrizione”, va a finire che si crea una nuova paradossale “normalità”, e che gli allontanamenti e gli oscuramenti non suscitino più emozione e reazione: ma come definire altrimenti il fatto che le interviste di Mineo ora non sono più su Raitre? Ormai l'elenco degli “assenti” e dei penalizzati si allunga. Dai conduttori del Tg1 (e, come era nelle cose, del “caso Ferrario & C.” non si parla più), alle trasmissioni per bambini di Raitre (il “Fantabosco & C.”), persino Neri Marcorè con “Un pugno di libri”. Non stiamo parlando di censure, stiamo raccontando una tv che si svuota. Miracoli del palinsesto. Miracoli di una programmazione che non si decide più anno su anno, ma spezzettata nelle stagioni, “cotta e mangiata”: il che non significa affatto maggiore dinamismo, significa semmai che non è garantita la prossima stagione di “Report”, che non si ha certezza del ritorno di programmi come quello di Riccardo Iacona.Banale ottimizzazione aziendale: non c'è forse il digitale terrestre, refugium peccatorum per tutti i “diversamente scomodi” nell'Italia che scivola sempre più giù nelle classifiche sulla libertà di stampa? (Secondo “Freedom house” siamo solo “parzialmente liberi”, come il Sudafrica e le Filippine, scivolati al 72esimo posto, dopo Suriname, Trinidad e Tobago)
(da www.globalist.it)

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martedì 4 maggio 2010

La canzone dell'acqua

“…la canzone dell'acqua
è una cosa eterna.

È la linfa profonda
che fa maturare i campi.

È sangue di poeti
che lasciano smarrire
le loro anime nei sentieri
della natura”.


(Federico Garcia Lorca)

Avrebbe mai potuto Garcia Lorca dedicare questa sua poesia, per dire, ad “Acqualatina”, società privata partecipata dalla multinazionale francese Veolia, la stessa che forniva il servizio a Parigi? L’acqua: bene comune. E dall’Agro pontino alla metropoli francese, notizie di questi giorni, il modello di gestione di Veolia non solo è stato bocciato dai cittadini, ma l’acqua è tornata pubblica. Così come in Sicilia… E la gente sta in coda ai banchetti a firmare per i referendum sull’acqua: in pochi giorni il comitato promotore, a cui aderiscono decine e decine di associazioni (e anche la Cgil condivide la battaglia per l’acqua, perché rimanga un bene pubblico essenziale quale diritto universale, e la Fp-Cgil sostiene l’iniziativa referendaria), dichiara d’aver raccolto già un terzo delle firme necessarie.

Il Governo s’indigna. Il ministro Ronchi ripete che anche lui, nel suo decreto, parla di acqua pubblica: “Piena ed esclusiva proprietà pubblica delle risorse idriche il cui governo spetta esclusivamente alle istituzioni pubbliche”. Ma tra i settemila cittadini di Aprilia che rifiutavano di pagare le bollette a Veolia (insieme a quelli che oggi firmano per il referendum) e il ministro, corre un “sottile” distinguo: la distinzione è tra “acqua bene pubblico”, “acqua bene comune”. E si scopre che tra due frasi che sembrano dir quasi la stessa cosa, in realtà c’è un abisso. L’abisso che corre tra una sorgente che sgorga e una multinazionale che la imbottiglia. L’acqua è sempre “pubblica” (e gratis), l’imbottigliamento e il trasporto, ovviamente, no. Anche se a noi sembra di pagare il contenuto, non il contenitore!

Lo stesso vale per le reti idriche.

E’ vero che in Italia la gestione pubblica dell’acqua… fa acqua da troppe parti. Ma la gestione privata (che fin qui ha prodotto solo un aumento delle tariffe) trasforma addirittura in merce un bene che in molte parti del mondo si rivendica invece come bene comune primario: come l’aria che respiriamo. Come la conoscenza.

“Il tema dell’acqua” ha ricordato in questi giorni Stefano Rodotà, “è sempre stato intrecciato con quello del potere: questo referendum si distingue da tutti quelli che l'hanno preceduto perché riguarda l'assetto e la distribuzione del potere in una materia decisiva per la vita delle persone.”

Ripensare il pubblico, non cercare le scorciatoie del privato: è questo che è scritto, una volta ancora, nella nostra Costituzione. E’ l’articolo 43, quello che dice: “A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”. Certo che poi c’è anche chi la vuole smantellare, la nostra Costituzione…

(da www.radioarticolo1.it)


sabato 1 maggio 2010

La verità rivoluzionaria di Fini sul giornalismo

Turn-over di intervistatori nel Corridoio dei passi perduti… E “passi” precari (nel senso di autorizzazioni all’ingresso) per giornalisti precari tra le poltrone del Transatlantico. Ci sono/non ci sono. Fantasmi dell’informazione. In un’aula universitaria il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, rivela l’evidenza negata: nell’editoria – dice - “in molti casi si arriva a forme di sfruttamento che sono presentate come inevitabile flessibilità”. Sfruttamento mascherato da flessibilità. Contratti a termine. Collaborazioni. Popolo delle partite Iva con la sveglia alle 5 del mattino e il cartellino da timbrare. La libertà di stampa senza la libertà della certezza del lavoro, è una libertà che non c’è. Due libertà sotto uno stesso ricatto: scrivo quello che devo, non necessariamente quello che vedo. La verità è rivoluzionaria. Sentirla pronunciata dalla terza carica dello Stato fa uno strano effetto: non passano forse dal suo tavolo le carte che diventano leggi, le leggi che fanno dei precari persone senza diritti e che fanno dei lavoratori dipendenti i nuovi precari? Anche nei giornali, come ovunque. Ma nei giornali non si fabbricano bulloni tutti uguali, di metallo duro: l’informazione è merce avariabile, delicatissima, fragile caposaldo costituzionale. Da trattare con cura. Se chi scrive non è libero, chi legge è meno libero.Fini ha rotto ogni argine. Ora dice le verità nascoste, non solo dentro il Pdl. Ma allora nel corridoio dei passi perduti, a Montecitorio, gli onorevoli in attesa di intervista li vedono bene questi “fantasmi”! I “somministrati” con biro e taccuino aperto, gli “affittati” con i borsoni col computer a tracolla, i “free lance” col telefonino che squilla e il caposervizio che urla…Fini ha anche il tesserino amaranto dei giornalisti, e da giornalista ha parlato del “mestieraccio” agli studenti dell’università dell’Insubria di Varese: “Vi è nella funzione del giornalista un quid di eversivo e rivoluzionario. Un anarchico disciplinato è una contraddizione in termini. E se questa è la stampa non possiamo farci niente”.Il sindacato dei giornalisti da anni è in piazza a denunciare che la flessibilità dei “lavoratori dell’informazione” è uno strumento di controllo dell’informazione. Ma i giornali… non ne parlano. Sono più o meno 15mila i giornalisti che hanno contratti “giusti”, quelli dell’editoria (anche se molti sono a termine); ma sono altrettanti a ingrossare le fila dell’ esercito di collaboratori. Un pareggio dell’ultim’ora che non dice niente di buono. L’elenco dei contratti atipici è lunghissimo: e c’è anche chi per fare il giornalista, col tesserino amaranto, ha firmato contratti da metalmeccanico o del commercio. Un problema di categoria? Un problema costituzionale. Che libertà hanno, i cittadini, di essere correttamente informati, se i giornalisti sono un esercito di flessibili sfruttati? La libertà di stampa, nel nostro Paese, è una corsa a ostacoli. Il Governo interviene sui fondi dell’editoria per i giornali di idee, di partito, in cooperativa, dove taglia sconsideratamente senza dare certezze del diritto ai giornali (e portandoli al collasso perché si chiudono così anche le possibilità di anticipazioni bancarie); interviene sulle agevolazioni sulle tariffe postali, abrogandole (e spezzando la possibilità di diffusione per le testate di nicchia); promuove leggi liberticide, dove per i giornalisti è prevista perfino la galera, come la “legge Alfano” sulle intercettazioni. Minaccia continuamente la libertà del web. E poi c’è il potere economico, che vincola le amministrazioni dei giornali… Un mondo travagliato. Popolato di cocciuti fantasmi.

(da www.globalist.it)
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